da Nicolo’ Govoni :
Questa è una denuncia scomoda, fastidiosa. Ma è necessaria. In Sud Sudan, l’aiuto umanitario non è beneficenza: è una moneta di scambio per il petrolio.
Sono a Juba, capitale del Sud Sudan, e mi si torce lo stomaco. Quello che vedo mi dà la nausea, e non posso più stare zitto. No, non parlo della povertà. Parlo dell’opulenza.
A Juba, a essere osceno non è il disagio umano, ma lo sfarzo delle realtà umanitarie.
Facciamo due calcoli: il PIL del Sud Sudan, il Paese più povero del globo, è pari a 3,6 miliardi di dollari. Di questi, 1,6 miliardi derivano dal petrolio. I restanti 2 miliardi dall’aiuto umanitario.
Con tutti questi aiuti ogni anno, ti aspetti che gli indici di sviluppo siano ottimi.
E invece no.
Invece, per le strade di Juba, ogni dieci macchine, nove sono auto di lusso. La stragrande maggioranza è targata ONU, diplomazia o governo. La popolazione si sposta a piedi.
E invece no. A Juba, in cui l’82% della popolazione vive con meno di 1,90$ al giorno, l’affitto medio di un appartamento da due camere da letto è di 5-6.000$ al mese. Sì, hai letto bene. Cinque. Mila. Dollari. Al mese. Chi può permetterselo? Diplomatici, ONU e politici.
Tutti gli altri sopravvivono, nemmeno nelle baraccopoli – troppo lusso – ma proprio nelle capanne di fango.
E invece no. Juba, la capitale del Sud Sudan, ricorda più un villaggio che, appunto, una capitale. Non è questo il problema.
Il problema è che gli unici edifici a svettare sulla distesa di casupole sono uffici governativi, delle ONG e hotel di lusso. Chi li frequenta, secondo te?
Juba, in Sud Sudan, è una distopia, e gli aiuti umanitari sono complici.
Intermezzo promozionale ... continua la lettura dopo il box:
Dal 2011, quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza, gli aiuti hanno svolto la funzione di atrofizzare l’economia, creando dipendenza, facilitando la cleptomania dei governanti e scoraggiando lo sviluppo agricolo, manifatturiero e industriale dei cittadini. Ricorda: un’economia che si fonda solo su utili che non produce non è un’economia: è un ostaggio.
Perché, però? Perché tutto questo?
Ed è qui che la questione si fa esplosiva.
I principali acquirenti del petrolio sud sudanese sono la Cina (CNPC), gli Stati Uniti (ExxonMobil) e gli Emirati Arabi Uniti (HBK DOP).
Indovina chi sono i principali donatori…
Vuoi le prove?
Eccole.
Nel 2021, un report della no-profit Crisis Group ha proprio teorizzato la relazione tra gli aiuti degli Stati Uniti, il donatore bilaterale numero uno del Sud Sudan, e gli accordi petroliferi.
E ancora.
Nel 2019, un report del centro di ricerca ODI ha stimato che l’80% degli aiuti destinati al Sud Sudan tornerebbe ai Paesi donatori attraverso i salari dello staff, gli appalti e la logistica.
E ancora.
Nel 2018, il WFP, ovvero il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, è stato travolto da uno scandalo per frode da 3,2 milioni di dollari a causa della corruzione interna.
Insomma, gli aiuti aiutano davvero? In Sud Sudan, dove il PIL procapite è crollato da 1.111$ nel 2014 a 200$ oggi, la risposta è: no. O, meglio, non la popolazione. Ma l’elite senz’altro.
L’algoritmo di Meta limiterà la circolazione di questa denuncia. Lo fa sempre più spesso. Non è una censura mirata. È peggio – è controllo automatizzato, una stringa di codici che sceglie cosa farti pensare.
Per ora, fortunatamente, si può ancora combattere. Come? Facendo leva su ciò che Meta brama di più: le interazioni. Facciamo 1000 condivisioni in 24 ore per rompere il silenzio sul Sud Sudan, sull’aiuto umanitario sovranazionale e sulle multinazionali petrolifere.
Siamo gli unici – gli unici al mondo – a denunciarlo. Alza la voce!
Resta con noi!
grazie Nicolo’ per quello che fai

