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Quando Il corpo ricorda di essere cosmo: l’unità Cinese ricamata nel silenzio

Quando il corpo ricorda di essere cosmo: l’unità Cinese ricamata nel silenzio

La differenza più profonda tra il pensiero cinese tradizionale e quello occidentale non si misura in invenzioni o scoperte ma in una diversa postura dello sguardo sulla realtà

L’Occidente ha costruito il proprio edificio conoscitivo sulla separazione, sull’analisi, sulla scomposizione del mondo in parti distinte da classificare e manipolare. La Cina classica, al contrario, ha tessuto nei millenni una sensibilità che rifugge la frattura e predilige la circolazione, l’interdipendenza, la risonanza continua tra piani che il nostro sguardo tende a isolare

RIFUGGE LA FRATTURA:
La Cina non sopporta l’idea di spezzare la realtà in pezzi separati, in categorie chiuse, in dualismi rigidi : mente e corpo, soggetto e mondo, dentro e fuori, visibile e invisibile.  Dove l’Occidente traccia una linea netta e dice “questo è separato da quello”, il pensiero cinese classico percepisce una forzatura innaturale, quasi una violenza fatta al tessuto vivente del reale. La frattura è il bisturi analitico che isola l’organo dal corpo, la nota dalla melodia, l’onda dal mare. È utile, sì, ma per quella sensibilità è come voler capire una foresta studiando la segatura: si smarrisce la vita intera. Dunque la evita, l’aggira, ne diffida come di un gesto che impoverisce il respiro del mondo

PREDILIGE LA CIRCOLAZIONE
La Cina al posto della divisione mette il flusso, il movimento continuo, lo scambio reciproco. Pensa all’energia vitale, il QI , che non sta mai ferma ma corre nei meridiani del corpo e nelle stagioni del cielo, unisce il microcosmo e il macrocosmo senza cuciture. Preferisce vedere la realtà come un sistema di vasi comunicanti, come un ricamo i cui fili si intrecciano senza mai spezzarsi, come un soffio che ispira ed espira ogni cosa dentro ogni altra cosa. Non ci sono enti isolati: ogni cosa risuona con le altre in una circolazione perpetua di influenze, trasformazioni, corrispondenze.

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Il simbolo non è un’etichetta morta ma una porta che immette direttamente nella funzione viva, l’azione è già parola, il gesto è già pensiero: tutto fluisce senza bisogno di muri

Cioe’…

La sensibilità della Cina classica non taglia il mondo a fette; lo sente come un FIUME UNICO dove ogni goccia vibra insieme a tutte le altre.  Non separa, connette . Non congela, lascia fluire
Preferisce accarezzare la trama invisibile che circola tra tutte le cose piuttosto che reciderla con analisi che isolano.  Per dirlo con una sola immagine: respira con il mondo invece di sezionarlo !

Questa differenza emerge con forza se osserviamo quattro polarità che per la tradizione cinese non sono mai state veramente opposte ma sempre intrecciate in un unico respiro

Cominciamo dal rapporto tra MENTE E CORPO : nel pensiero occidentale, già con Platone e poi in modo decisivo con Cartesio, l’essere umano è stato scisso in una sostanza pensante e una sostanza estesa. Il corpo è diventato una macchina che la mente razionale deve governare, una materia inerte da disciplinare, un involucro dell’io interiore. Questa separazione ha reso possibile la medicina anatomica e la psicologia come scienze autonome, ma ha anche generato un’infinità di dilemmi sulla relazione tra cervello e coscienza, tra volontà e carne.

La Cina tradizionale non ha mai vissuto questo dissidio. Il termine che oggi traduciamo con cuore-mente, XIN , designa una sede unica di pensiero e affettività, di intenzione e sensazione fisica. Non esiste un pensiero disincarnato né un corpo brutto privo di intelligenza

La pratica del QI GONG , della medicina tradizionale, della calligrafia e delle arti marziali non sono tecniche per imporre una forma al corpo dall’esterno ma disciplina per raffinare un’energia che già circola tra muscoli, respiro, emozioni e pensieri. Ogni moto del corpo modella la mente e ogni piega dell’animo si manifesta nella postura e nella respirazione. L’ideale non è il dominio di una parte sull’altra ma l’ascolto e l’armonizzazione continua di ciò che nella nostra carne è già intelligenza vivente

Passiamo ora all’unità tra PAROLA ED ENERGIA: la tradizione occidentale ha esaltato la parola come logos, come strumento razionale di definizione e argomentazione. Il linguaggio è visto come un sistema di segni convenzionali che rappresentano il mondo e permettono di comunicarne il significato in modo trasparente.

Per la Cina classica la parola non è mai soltanto un segno. Il nome, MING , non è un’etichetta arbitraria ma un’espressione sonora che partecipa della stessa energia, QI , che anima i fenomeni. Quando si pronuncia una sillaba, si emette un soffio, una vibrazione che agisce nel campo dell’ascoltatore e nel contesto circostante

La poesia, la recitazione dei testi classici, i mantra taoisti e buddisti non sono solo portatori di significato ma attivatori di stati energetici.

Un nome falso o pronunciato con intenzione distorta non è semplicemente inesatto ma è energeticamente dannoso, perché interrompe l’armonia tra il suono e la realtà che quel suono dovrebbe nutrire e riordinare. Verità non è quindi corrispondenza logica ma efficacia rituale e vitalità della comunicazione. La parola non deve descrivere il mondo con esattezza ma farlo fiorire

Questa continuità si riflette anche nell’identità fluida tra SIMBOLO E FUNZIONE 

L’Occidente ha ereditato dalla filosofia greca e dalla teologia medievale una concezione del simbolo come qualcosa che sta per qualcos’altro, una realtà visibile che rinvia a una realtà invisibile e separata. Il segno è una cosa e ciò che esso indica è un’altra. Questa logica ha nutrito la scienza moderna, che traduce la natura in formule matematiche da maneggiare.

Nel pensiero cinese tradizionale il simbolo non è un rinvio ma una condensazione operativa. I trigrammi e gli esagrammi del libro dei mutamenti, lo YIJING-  (L’I-King, noto anche come I Ching o Libro dei Mutamenti, e’ il piu’ antico testo metafisico e oracolare cinese) risalente a oltre 3000 anni fa, non rappresentano una situazione in modo astratto ma sono la situazione stessa nel suo stadio germinale

Un ideogramma calligrafico non è la trascrizione secondaria di un suono ma un gesto che incarna una disposizione dello spirito e attiva una qualità specifica dell’energia. Il paesaggio dipinto da un letterato non è la raffigurazione realistica di montagne e acque ma un dispositivo che induce nella mente di chi lo contempla la stessa trasformazione interiore sperimentata dal pittore.

La funzione del simbolo non è descrittiva ma performativa. Non rimanda a una verità altrove ma genera la realtà qui e ora, in chi partecipa con attenzione intera

Infine, la polarità più ampia e decisiva è quella tra OSSERVATORE E SISTEMA: la scienza occidentale si fonda sull’ideale di un osservatore esterno e neutrale che misura e descrive un sistema di oggetti senza interferire con esso, o almeno controllando matematicamente l’interferenza. La conoscenza è la rappresentazione del mondo fatta da un soggetto che si ritrae dal quadro per garantire l’oggettività del dato.

La Cina classica non separa mai in modo netto chi guarda e ciò che è guardato. L’universo non è un insieme di cose da osservare ma un tessuto di relazioni in cui l’essere umano è un nodo attivo e responsabile

Il saggio non contempla il cosmo da fuori ma coltiva la propria centralità, il proprio ZHONG , per diventare un punto di equilibrio da cui l’ordine si diffonde naturalmente.

Il medico che visita un paziente non sta applicando una griglia diagnostica a un organismo passivo ma sta entrando in risonanza con uno stato energetico che la sua sola presenza ha già modificato

Lo stratega, il politico, il maestro di arti interne non si pongono mai come registratori di una situazione oggettiva ma come forze capaci di orientare un campo a partire dalla qualità della loro attenzione e dalla limpidezza del loro respiro !

Queste quattro unità non sono semplici dottrine ma le nervature stesse di un modo di abitare il mondo che ancora oggi sussurra una possibilità antica e dimenticata

Perché in fondo, nella notte limpida in cui un poeta cinese contemplava la luna, non c’era distanza tra il suo petto e il firmamento: il chiarore che si posava sulle foglie di bambù era lo stesso che si accendeva nel suo cuore silenzioso

Ogni confine si scioglieva in una circolazione infinita di respiro, le stelle diventavano pensieri e il pensiero diventava rugiada

È questa la promessa che la saggezza cinese ancora rivolge al nostro tempo affaticato: non siamo osservatori separati del mondo ma fili di un unico ricamo, increspatura lieve di un unico soffio che chiamiamo TAO !

Riscoprire l’unità di mente e corpo, di parola ed energia, di simbolo e funzione, di osservatore e sistema diventa allora l’inizio di un ritorno a casa, un riapprendere a danzare con il cosmo intero, dove ogni gesto è già preghiera e ogni ascolto è già appartenenza

E questo è il cuore stesso della via cinese che ho evocato: la saggezza non e’ un sapere da accumulare ma un sapore da risvegliare. Un sapore di casa. Un’eco di unità che l’Occidente può aver sepolto sotto strati di analisi e divisione, ma che non ha mai smesso di sussurrare

E’ una gratitudine che mi prende e  mi commuove perché non è rivolta solo a me: è rivolta a quel soffio che ora  condivido con innumerevoli altri esseri, vivi e passati, che hanno scelto di non spezzare il mondo ma di danzarci dentro, interi, respiranti, appartenenti. E’ un ritorno a se stessi tra gli altri

Non in un altrove geografico, ma quel luogo silenzioso dentro di noi dove il corpo ha sempre saputo di essere cosmo e finalmente qualcuno gliel’ha lasciato dire

GRAZIE  …mi ci ritrovo molto

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