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La vertigine che ti riorienta: i Dervisci Rotanti non danzano,ricordano !

LA VERTIGINE CHE TI RIORIENTA:  I DERVISCI ROTANTI NON DANZANO, RICORDANO
io nella prossima vita voglio essere una Dervisci che ruota e ricorda


Forse hai incrociato le loro immagini senza sapere bene chi fossero: figure bianche che ruotano su se stesse come pianeti silenziosi, tuniche ampie che si aprono in corolle di stoffa, volti assorti in un’estasi quieta, senza traccia di vertigine o smarrimento.

Sono i dervisci rotanti, membri dell’ordine Mevlevi, la confraternita SUFI fondata nel tredicesimo secolo in Turchia da Jalal al-Din Rumi, uno dei più grandi poeti mistici di ogni tempo

La loro pratica non è uno spettacolo né una danza nel senso occidentale del termine: è una disciplina spirituale chiamata Sama, che significa letteralmente “ascolto”. Ruotano per ascoltare. Ascoltare il suono originario che tiene insieme l’universo, la vibrazione sottile che per loro è il Nome di Dio, la musica silenziosa che già risuona dentro le ossa e che la mente, col suo chiacchiericcio, di solito sovrascrive.

Ruotano per fare del corpo intero un orecchio, per diventare membrana vibrante, calice che riceve e restituisce Non cercano estasi. Cercano casa. E ruotando, ricordano dov’è

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C’è un momento, durante la cerimonia del Sama, in cui il derviscio non sta più ruotando: è l’universo che gli gira intorno !

 È il punto fisso di un compasso cosmico, una gamba piantata nel suolo come radice di quercia, l’altra che accarezza il mondo come una carezza circolare. I lunghi abiti bianchi si aprono in corolle, le braccia si alzano a calice: la destra aperta verso il cielo per ricevere, la sinistra rivolta alla terra per restituire. E il viso, quel viso, è un’icona di abbandono: occhi socchiusi o spalancati su un altrove, labbra che mormorano il Nome di DIO, testa leggermente inclinata come chi ascolta una musica che viene da dentro le ossa

Non è spettacolo. Non è danza. È anatomia sacra in movimento. È un teorema di geometria divina che usa il corpo come dimostrazione. Noi occidentali ci sediamo a contemplare; loro si alzano e diventano contemplazione !

RUMI, IL VULCANO CHE IMPARÒ A RUOTARE

Jalal al-Din Rumi, tredicesimo secolo, Konya, Anatolia. Teologo rispettato, giurista, uomo di libri e ordine finché arriva Shams di Tabriz, un cercatore sporco di polvere e fuoco, un analfabeta di Dio che lo guarda dritto nell’anima e butta i manoscritti di Rumi in una fontana. “Ora studia questo”, pare abbia detto. E Rumi, di fronte a quell’amico che era anche il suo specchio e la sua crepa, esplode !

Da quel vulcano eruttano 70.000 versi, il Mathnawi, considerato da molti il Corano in lingua persiana, e un amore così violento  difficile da dover essere contenuto in una forma fisica ,perché quando l’estasi è troppa, quando il cuore non basta più a contenere il Mistero, al corpo non resta che muoversi. E Rumi comincia a ruotare. Per giorni. Per notti. Attorno a un palo, attorno a Shams, attorno al vuoto lasciato da Shams quando scompare

La rotazione nasce lì: dal lutto trasformato in coreografia dell’infinito

L’amore tra Rumi e Shams è stato un evento sismico che ha spaccato le categorie. Non so se sia stato consumato carnalmente  non abbiamo prove, solo sussurri di cronisti ostili e il silenzio complice degli agiografi. Ma so che è stato un amore totalizzante, di quelli che non chiedono il permesso alla teologia né alla biologia. Nel sufismo esiste la parola ISHQ: amore-passione che divora, che annienta i confini dell’io. Può passare attraverso un corpo, può fermarsi allo sguardo, può compiersi nell’anima senza mai toccare la pelle. Ma quando è autentico, non sceglie: prende tutto. Cuore, mente, corpo, spirito. Li fonde

Shams stesso, in un passaggio dei Maqalat (i suoi discorsi), dice qualcosa di folgorante: L’amore non sta nelle parole, non sta negli sguardi, non sta negli abbracci. Sta in quel fuoco che quando ti prende, non puoi più distinguere se sei tu che ami o l’Amato che ti sta amando”. Questo è il punto: più che chiederci come amassero, forse dovremmo chiederci CHI AMASSE CHI. Perché quando Rumi ruotava, non ruotava attorno a Shams come uomo: ruotava attorno al Mistero che Shams gli aveva aperto dentro. Eppure, quel Mistero aveva il volto di Shams. Aspra contraddizione, dolcissima

Io penso che definirla “solo spirituale” sia un modo per rassicurarci, per addomesticare un amore che altrimenti ci spaventerebbe. E definirla “carnale” sia un modo per ridurla a qualcosa che il nostro sguardo moderno può consumare. Invece non era “solo” nienteera la totalità

Quello che sappiamo è che Rumi, dopo la scomparsa di Shams, ha scritto: “Perché dovrei cercare? Sono lo stesso di lui. La sua essenza parla attraverso me. Io sto cercando me stesso” Il fuoco non si pone queste domande. Brucia soltanto

 LA FISICA DEL RICORDO:  RUOTARE NON È PERDERSI

Ora fermiamoci un attimo e guardiamo questa danza con gli occhi della scienza che piace a me, quella che cerca corrispondenze tra il simbolo e il neurone e non per sminuire un amore o un evento

Un derviscio ruota sul proprio asse a velocità costante, tra le 33 e le 40 rotazioni al minuto. Lo fa per periodi che vanno da 15 minuti a oltre un’ora !

Il sistema vestibolare: l’apparato dell’orecchio interno che governa equilibrio e l’orientamento spaziale, viene bombardato da segnali che normalmente scatenerebbero vertigine e nistagmo (il movimento incontrollato degli occhi). Invece, dopo anni di pratica, il cervello del derviscio inibisce il riflesso vestibolo-oculare. Gli occhi restano fermi. L’orizzonte interiore non oscilla

Studi di neuroimaging condotti su dervisci durante il Sama mostrano una cosa che stupira’: un’iperconnettività tra i due emisferi cerebrali. Le aree prefrontali, quelle del senso di sé, dell’intenzione, della progettualità, si spengono o si attenuano. E si accendono invece regioni profonde legate all’elaborazione emotiva, alla memoria autobiografica, all’esperienza di “dissoluzione dell’io” che i mistici chiamano fanā’. Il corpo calloso, il ponte tra i due mondi del cervello, sembrano intensamente trafficati: destra e sinistra dialogano come forse mai durante la veglia ordinaria

Quando il derviscio smette di ruotare, è come se il mondo esterno svanisse e si concentrasse sulla propria interiorità, sull’essenza dell’essere. Il concetto che “l’universo gli gira intorno” suggerisce che, in quel momento di trascendenza, si percepisce una realtà in cui l’individuo non è più al centro, ma diventa parte di un tutto più grande. La danza diventa quindi un modo per ricordare la propria origine, la propria anima e la connessione con il divino. La pratica del Sama rappresenta un viaggio interiore, una ricerca di armonia e unità con l’universo. In questo stato di grazia, il derviscio non danza ma ricorda e riscopre e si ricollega a una verità più profonda, a un amore universale che abbraccia tutto ciò che esiste

E qui arriva il punto che mi fa dire che i dervisci non danzano, ma ricordano: perché la rotazione porta il cervello fuori dal tempo lineare  E disinnesca la narrativa del sé separato

I resoconti dei dervisci parlano di una sensazione di “essere ruotati” più che di ruotare, di diventare il movimento stesso, non più soggetto che agisce ma azione pura. È uno stato di presenza senza testimone. È esattamente ciò che Rumi descrive in quei versi incandescenti:

Balla, cuore mio, perché la vita è una dolce vertigine
Sii come un atomo che danza nel raggio di sole
Nessuno sa perché danza, nessuno sa dove va
Semplicemente danza !

IL COMPASSO, LA VESTE, IL NOME:  I LORO SIMBOLI 
Ogni dettaglio del Sama è un geroglifico incarnato:

Il cappello conico di feltro (sikke) rappresenta la pietra tombale dell’ego. Il derviscio è già morto a se stesso, e quella è la sua lapide
Il mantello nero che indossa all’inizio simboleggia la tomba. Quando se lo toglie, rivela la veste bianca, il sudario della resurrezione
Le braccia a croce (destra su, palmo aperto al cielo; sinistra giù, palmo aperto alla terra) formano il canale: da Dio prendiamo, al mondo restituiamo. Di nostro, nulla !

Il piede sinistro, fisso, è il perno, l’asse, la legge, la fedeltà all’origine. Il piede destro gira intorno al sinistro, è il movimento, la via, l’amore che circuisce la disciplina

E poi c’è il respiro, che si sincronizza con la rotazione. Il dhikr, la ripetizione del Nome di DIO, diventa un mantra motorio. “Allah, Allah, Allah” scandito non solo dalla lingua ma dalle piante dei piedi, dalle caviglie, dalle anche, dal plesso solare. Ogni cellula prega. Ogni giro è un grano di rosario
Io ripeterei Padre,Padre, Dio Padre

UNA SCIENZA CHE COMINCIA APPENA A CAPIRE

La neuroteologia  sta studiando il Sama con strumenti mai avuti prima: EEG ad alta densità, risonanza magnetica funzionale, misurazioni del sistema nervoso autonomo. I risultati preliminari dicono che durante la rotazione profonda:

Le onde theta e gamma aumentano in aree legate alla meditazione e all’integrazione sensoriale
Il default mode network (il chiacchiericcio mentale ) si quieta

Il nervo vago entra in uno stato di attivazione parasimpatica profonda, simile a quello dei grandi meditatori tibetani, nonostante l’intensa attività fisica

La produzione di beta-endorfine e anandamide (la molecola della beatitudine, dal sanscrito ananda)  spiega l’euforia serena che i dervisci riportano senza mai perdere lucidità

Insomma: un’estasi sobria e orientata. Non un trip, ma un risveglio. Non una fuga, ma un atterraggio verticale nel centro di sé

E SE RUOTARE FOSSE LA NOSTRA POSTURA ORIGINARIA?

C’è un’ultima suggestione che mi permetto di offrirvi, ed è quella cosmologica : I pianeti ruotano. Le galassie ruotano. Gli elettroni ruotano attorno al nucleo. La rotazione è il movimento primo della materia, il modo in cui l’energia si struttura in forma. E se il derviscio, ruotando, non facesse altro che sintonizzarsi con la grammatica dell’universo? Se il Sama fosse un allineamento microcosmico con il macrocosmico, un modo per dire al corpo: “Ricordati che sei polvere di stelle che ancora obbedisce alle stesse leggi”?

Rumi lo sapeva e per questo scrive:

“Siamo venuti al mondo come semi di melograno
Dentro di noi c’è il frutto intero
Giriamo e rigiriamo intorno al nostro centro
finché non ci ricordiamo chi siamo”

I dervisci non danzano per dimenticare. Danzano per ricordare. E forse, quando dico che nella prossima vita voglio essere una dervisci, è perché una parte di me lo ha già ricordato?

GRAZIE!

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